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  • Davide Silvioli

La riflessione sulla natura nella ricerca artistica contemporanea.

Tre casi autonomi: Roberto Ghezzi, Giulia Manfredi, Samantha Passaniti.


Il bisogno di rinegoziare il rapporto fra i modelli di sopravvivenza umani e i cicli naturali, ovvero la riscrittura della correlazione fra l’uomo e la natura, costituisce una delle questioni più pressanti dell’attualità.

L’arte contemporanea, non indifferente all’acuirsi di tale istanza, sta metabolizzando questa problematica secondo più declinazioni, riproponendola tramite manifestazioni espressive che ne sintetizzano alcune peculiarità. L’investigazione degli artisti sugli enti di natura, oltre a condurre l’attività di ricerca al di fuori dei luoghi a essa canonicamente deputati, permette di mettere meglio a fuoco, attraverso la lente dell’estetica, la complessità del fenomeno. In questa prospettiva, il loro punto di vista potrebbe sensibilizzare una nuova concezione del naturale in seno alla società, in contrasto con quella dominante odierna, drasticamente tecnocratica. Il crescere dell’interesse degli artisti nei confronti di questo indirizzo, sia tematico che operativo, sembrerebbe una corrispondenza della nostra condizione attuale, dove la scienza dimostra che l’intelligenza della natura è dappertutto e che la vita si annida anche nelle porzioni del mondo ritenute, in precedenza, inanimate. Forse anche a fronte di questo, si sono sviluppate, nel corso degli ultimi decenni, moduli teorici e artistici, mirati ad analizzare la permeabilità della creatività con l’universo biologico, ambientale e vegetale. A tal proposito, si citano gli studi di Alan Sonfist, Barbara Nemitz, Sue Spaid e Heike Strelow, finalizzati ad argomentare teoricamente il legame in oggetto. Sugli effetti di tale linea d’indagine sono nati i movimenti dell’Eco-Arte, della Bio-Arte e dell’Ecovention, tutti indirizzati a vagliare le alternative di interazione fra arte, cifra organica ed ecosistema.

Per comprendere correttamente il significato di quanto suddetto, nonché i conseguenti effetti nella realtà della pratica artistica, al fine di ottenere un estratto, circoscritto ma esauriente, dello scenario riguardante il binomio arte/natura, è opportuno esaminare il lavoro di tre autori: Roberto Ghezzi, Giulia Manfredi e Samantha Passaniti, che, da anni, approfondiscono le possibili vie d’estetizzazione della componente naturale, eleggendola a soggetto narrativo dei rispettivi linguaggi.


Mediante una mirata selezione delle opere di ciascun interprete, la presente trattazione intende restituire una parafrasi artistica di quell’attributo fenomenico che, forse più di ogni altro, identifica la perenne circolarità dei processi naturali e, quindi, la sua essenza più irriducibile e distintiva. Difatti, l’incessante divenire che sovrintende l’estrinsecazione di qualsiasi sistema naturale, relativamente alle scelte dei tre artisti considerati, è riconoscibile nell’impiego di pure componenti di natura, nonché nella sublimazione delle relative proprietà, ricodificate come causa dell’esercizio artistico, alle volte enfatizzandone le congenite inclinazioni biologiche, altre cercando di disciplinarle o di farne il punto di riferimento concettuale dell'intera operazione.

Pertanto, è opportuno ricordare che sono state selezionate realizzazioni fra loro diversificate, con l'intento di avere più angolazioni da cui scrutare i gradi di variabilità del concetto ora esposto.


Roberto Ghezzi, con le Naturografie, tenta di delineare un intervento artistico in stretto contatto con la natura, tale da rispecchiare gli effetti della sua azione, del suo divenire. Il termine Naturografia consente di intuirne il primato creativo nella primogenitura dell'opera e, perciò, racchiude il concetto fondante della poetica dell’autore. La sua è una metodologia di primo approccio concettuale, con una fase progettuale (Fig. 1) iniziale di studio delle caratteristiche del sito dove verranno posizionate le tele. In base ai riscontri, l'artista stabilisce i tempi e i modi d'esposizione dei supporti, già prefigurandosi quella che sarà la configurazione finale. Durante questo periodo, la natura del luogo scelto, nel vivo dei suoi ritmi, agisce su di essi, alterandoli nella superficie, nella fibra, lasciando traccia visibile della sua impermanenza. Dalla simbiosi fra l’opera d’arte materialmente intesa e l’habitat in cui è inserita, deriva una traduzione coerente del fenomenico; una mimesi totale. L’aspetto dei lavori in questione, quindi, è la conseguenza di un procedimento scevro di obiettivi formali, che coincide con la reazione del supporto all’azione esercitata da agenti ambientali esogeni, prevalentemente acqua, terra e aria, da cui emerge una considerazione della natura come sistema vivo che interagisce con l’individuo. Si veda, pertanto, come la “Naturografia del canale navigabile di Trieste” (Fig. 2), del 2020, nata in un luogo critico sul piano ambientale, riporti gli effetti della presenza umana, visibili nelle tracce nere del carburante degli scafi lasciate sulle superfici delle tele; segno indelebile dell’era antropocentrica.


Roberto Ghezzi, Progetto per l'installazione di naturografie nel canale navigabile di Trieste, 2020.


Roberto Ghezzi, Naturografia del canale navigabile di Trieste, 2020.


Giulia Manfredi lavora con parti naturali, come resine o organismi vegetali, rendendole il principale strumento espressivo delle proprie opere. La sua ricerca equivale a un percorso di avvicinamento al mistero più profondo della natura. L’artista ne valorizza, in alcuni casi, il carattere formale e, in altri, ne indaga la necessarietà; l’ananke della tradizione greca. In conseguimenti, quali “Euridice” (Fig. 3), del 2019, nonché in tutti quelli riconducibili a questa tipologia, l’elemento naturale è come interdetto e inaccessibile, costretto all’interno di claustrofobiche gabbie geometriche trasparenti in resina, che paiono ora immortalarlo, ora soffocarlo. Qui, si evince una sorta di soppressione degli spontanei processi vitali, che presiedono l’ordinaria progressione del dato naturale, poiché stigmatizzato nell’algidità assiomatica della resina, che ne impedisce qualsivoglia evoluzione e lo condanna alla staticità tipica dell’icona. Nei risultati successivi, l’autrice sembra invertire la propria soggettiva di speculazione, ponendo in evidenza l’ineluttabilità dei corsi biologici, anziché mortificarli attraverso un atto di violenza. In “Still waters run deep” (Fig. 4), risalente allo stesso anno, per esempio, le delimitazioni – in questo caso in marmo – che inibiscono il normale sviluppo dell’agente botanico, ne permettono, tuttavia, una minima ma disciplinata crescita, sottolineandone l’atavica e ineludibile forza propulsiva vitale in perpetua riproposizione. Seppur si tratti sì di una natura dai risvolti simbolici, al contempo, essa è sensibilmente reale; rivelazione di archetipi ancestrali e invisibili. La Manfredi, nel complesso dell’organicità del suo corpus, tratteggia un profilo del dato naturale estremamente enigmatico, imperniato sull’antitesi di vita e morte. Lei ne esalta la bellezza e la sofferenza.


Giulia Manfredi, Still waters run deep, 2019.


Giulia Manfredi, Euridice, 2019.


Samantha Passaniti, autrice di una consolidata ricerca fondata sull’analisi delle reciprocità ipotizzabili fra dato naturale e implicazioni dal riflesso esistenziale, inserisce nelle sue opere, con ricorsività e, talvolta, combinate con materiali di altra estrazione, parzialità o integrità del mondo vegetale. Quest’ultime, analizzando due lavori del 2020, sembrano imprescindibili ai fini della semantica delle opere e appaiono sempre commisurate nei confini di un apparato estetico calibrato, per qualificarne, come un correlativo oggettivo, sia i valori formali che quelli metaforici, giungendo a un punto di simmetria fra oggetto e messaggio. “Resilience” (Fig. 5) unisce l’asprezza della forma acuta sottostante, che contrassegna l’intera operazione di un certo senso di instabilità, e dell’estremità irregolare corrosa dalla ruggine alla poesia silenziosa della pianta che, docile e delicata, è colta nell’atto di resistere. A raccordare la diversità di due soluzioni tanto distanti, così come sono l’esemplare naturale e il ferro arrugginito, è il fattore impalpabile del tempo. Con “Coesistenze” (Fig. 6), installazione realizzata in terra, resina, legno, polvere di minerali ed elemento vegetale, l’artista, nelle due strutture portanti, evoca edifici privi di finestre dalle cui sommità sgorgano le piante che, spinte dall’innata energia vitale, vanno a unirsi nel mezzo dello spazio che separa i due parallelepipedi. Questi ultimi, corrispettivo dell’alienazione dell’uomo contemporaneo, fanno da contraltare alla vitalità dell’elemento botanico, depositario di una simbologia riferibile a una condizione di autenticità e incorruttibilità. L’opera, tramite espedienti essenziali e imbevuti di significato, affronta la contraddizione di una società sempre più lontana dalle proprie istanze originali.


Samantha Passaniti, Resilience, 2020.


Samantha Passaniti, Coesistenze, 2020.


Grazie al contributo di questi tre artisti, risulta possibile registrare per mezzo di quali forme l’arte stia revisionando una fra le urgenze più impellenti del giorno d’oggi, elaborando un linguaggio dove il tempo, la deperibilità, il ricorso a materie organiche e la delega parziale della definizione dell’opera agli automatismi della natura appaiono essere, sebbene nel rispetto delle specificità di ogni autore, i termini condivisi di un alfabeto che si coniuga assecondando un’estetica opposta a quella della dominante cultura dell’inflazione mediatica, del sovraesposto e dell’iper-visibile.


Davide Silvioli

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